Come partner del comitato editoriale di Vita, aderiamo a questo manifesto e ne condividiamo pienamente la visione: riconoscere il valore del lavoro sociale significa riconoscere una componente essenziale della nostra società, delle nostre comunità e dei sistemi di welfare che ogni giorno ne sostengono la coesione.
Il mondo della cooperazione internazionale, così come più in generale quello del sociale, sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Gli scenari globali sono sempre più complessi e interconnessi, segnati da cambiamenti geopolitici, nuove fragilità sociali e bisogni che richiedono risposte più integrate, continuative e responsabili.
In questo contesto, tutti gli attori impegnati nella costruzione del bene comune — organizzazioni della società civile, enti pubblici, imprese sociali e reti territoriali — sono chiamati a rafforzare la propria responsabilità, legittimità ed efficacia, rendendo sempre più evidente il valore generato dal proprio operato nei confronti delle persone e delle comunità.
La trasparenza, la capacità di rendere conto delle proprie scelte e dei propri risultati, così come la condivisione delle conoscenze e delle esperienze, rappresentano elementi fondamentali per costruire fiducia e partecipazione. Ma questa responsabilità non può riguardare soltanto i risultati: deve riguardare anche il riconoscimento di chi, ogni giorno, rende possibile la cura, l’inclusione e la coesione sociale.
Il lavoro sociale, educativo e di cura costituisce infatti un’infrastruttura fondamentale delle nostre società. È un lavoro altamente qualificato, fondato su competenze, relazione e responsabilità, che accompagna le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità e contribuisce a costruire comunità più giuste e resilienti.
Per questo condividiamo la necessità di un cambio di prospettiva: il lavoro sociale e il lavoro di cura non possono essere considerati un costo da contenere, né un gesto affidato alla sola vocazione individuale. È un investimento collettivo e una responsabilità comune. Valorizzare chi si prende cura significa difendere il benessere di tutti, perché la fragilità non è una condizione che riguarda soltanto alcuni: può attraversare la vita di ciascuno di noi.
Aderire a questo manifesto significa quindi sostenere una nuova cultura del lavoro sociale: più consapevole del suo valore, capace di riconoscere il lavoro delle persone che la rendono possibile e impegnata a costruire sistemi in cui nessuno venga lasciato solo.
I. Il lavoro di cura difende il benessere di tutti
Fate sparire per un giorno solo le educatrici e gli educatori, le e gli insegnanti, le e gli assistenti sociali, le operatrici e gli operatori di comunità, le e i badanti, le psicologhe e gli psicologi dei consultori, le e gli oss delle Rsa, le e i cooperanti. Guardate cosa rimane. Rimangono anziani soli che non sanno come alzarsi dal letto. Rimangono ragazzi a rischio senza nessuno che li intercetti. Rimangono classi senza qualcuno che tenga insieme una comunità di bambini e adolescenti che spesso portano in aula il peso del mondo. Rimangono famiglie con una persona con disabilità abbandonate a se stesse. Rimangono donne in difficoltà che non sanno a chi rivolgersi. Rimangono persone in crisi senza nessuno che sappia come starci accanto. E quando questi professionisti non ce la fanno più — quando si dimettono, vanno in burnout, cambiano mestiere — quel vuoto non si riempie in fretta: perché questo lavoro richiede anni per essere imparato davvero, e si impara stando accanto alle persone, non sui libri. Ma c’è un punto ulteriore che non possiamo ignorare: molte delle condizioni che oggi attraversano la società — disabilità, cronicità, fragilità complesse — non chiedono interventi occasionali, ma continuità, integrazione, responsabilità condivisa nel tempo. Senza questa capacità di presa in carico, il sistema non solo si indebolisce: smette di essere affidabile. Il risultato lo pagano i più fragili per primi. Ma lo paga anche chi fragile non si considera ancora. Perché la vulnerabilità può raggiungere tutti, e prima di quanto pensiamo. Difendere chi si prende cura non è un gesto di generosità verso una categoria. È difendere noi stessi.
II. Il lavoro sociale è lavoro qualificato, oltre che vocazionale
Per molto tempo la cura è stata raccontata solo come vocazione, missione, dono. Dimensioni ispiratrici, che esigono oggi di essere riconosciute per il loro valore strutturato: è venuta l’ora di parlare di lavoro. Lavoro vero, spesso duro, qualificato. Chi accompagna una persona con disabilità costruisce percorsi di autonomia che richiedono anni di formazione e una resistenza emotiva che pochi mestieri esigono. Chi educa un bambino in condizione di fragilità in Italia e in tante altre parti del mondo porta su di sé una responsabilità enorme, compie un’impresa di altissimo valore e lo fa a nome di tutta la società. La “passione” si traduce in competenza e la “dedizione” diventa fatica professionale: in quanto tali non possiamo continuare a non valorizzarle, a non tutelarle, a non rispettarle. Se non lo faremo, continueremo a perderle.
III. I professionisti del sociale vanno pagati in modo equo
Il tema salariale è reale e urgente e va affrontato senza sconti. Ci sono professionisti del sociale che faticano a pagare le spese di prima necessità, come la casa, e a cui sono preclusi progetti di vita come la costruzione di una famiglia. Serve una remunerazione migliore. Oltre a questo, la crisi del lavoro sociale è strettamente connessa a una crisi di riconoscimento: di stima pubblica, di considerazione civica, di narrazione collettiva. Chi lavora nel sociale si sente invisibile, sottovalutato. Questa percezione non è un capriccio: è il riflesso fedele di come una società intera ha scelto di guardare — o meglio, di non guardare — chi si prende cura di lei. Riconoscere il lavoro sociale significa riconoscere un’infrastruttura essenziale del Paese: quella che tiene insieme servizi, famiglie e comunità, e che rende possibile, ogni giorno, la vita delle persone nelle situazioni di maggiore fragilità e dei loro familiari.
IV. Il welfare è un investimento redditizio
Occorre mettere la cura al centro del discorso pubblico. Smettere di trattare il welfare come una voce di costo da comprimere e cominciare a vederlo per quello che è: l’investimento più redditizio che una società possa fare su se stessa. Ogni euro speso in educazione, assistenza, salute mentale, supporto alle famiglie è un euro che evita dieci euro di emergenza. Ma soprattutto, è un euro che dice a ogni cittadino che non sarà lasciato solo: l’esperienza di cura è una formidabile pratica di responsabilità e partecipazione democratica. Questo richiede un salto di qualità: superare la frammentazione tra sanitario e sociale, costruire percorsi realmente integrati, garantire continuità della cura lungo tutto l’arco della vita, favorire la libertà di azione dei soggetti sociali affinché si realizzi concretamente il principio di sussidiarietà. Questo è il patto civile che vogliamo valorizzare. Questo è il patto che rischiamo di perdere.
V. Il lavoro di cura è un lavoro aperto a tutti: uomini e donne
Il personale maschile nelle scuole dell’infanzia non arriva all’1%. Nelle Rsa, nei consultori, nelle comunità educative, a reggere il welfare sono quasi sempre donne. Questo sbilanciamento deriva da una cultura che ha assegnato alle donne la responsabilità della cura. Ma è anche un’occasione mancata. Il lavoro di cura e di educazione offre ciò che molti cercano in un mestiere: senso, relazione, impatto reale sulla vita delle persone. Per i giovani uomini che cercano un lavoro con significato, è una frontiera quasi inesplorata e c’è bisogno di loro. In questi mondi la presenza maschile manca e si sente. Prendersi cura è una delle competenze più richieste, più difficili e più umane che esistano. Vale per le donne e vale per gli uomini.





