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	<title>Campagne Archivi | SISCOS</title>
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		<title>SISCOS aderisce al Manifesto del Lavoro Sociale</title>
		<link>https://www.siscos.org/manifesto-del-lavoro-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[SISCOS]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 11:10:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Campagne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come partner del comitato editoriale di Vita, aderiamo a questo manifesto e ne condividiamo pienamente la visione: riconoscere il valore del lavoro sociale significa riconoscere una componente essenziale della nostra società, delle nostre comunità e dei sistemi di welfare che ogni giorno ne sostengono la coesione. Il mondo della cooperazione internazionale, così come più in...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Come partner del comitato editoriale di <a href="https://www.vita.it/diffondi-e-condividi-il-manifesto-del-lavoro-sociale/"><em><strong>Vita</strong></em></a>, aderiamo a questo manifesto e ne condividiamo pienamente la visione: riconoscere il valore del lavoro sociale significa riconoscere una componente essenziale della nostra società, delle nostre comunità e dei sistemi di welfare che ogni giorno ne sostengono la coesione.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il mondo della cooperazione internazionale, così come più in generale quello del sociale, sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Gli scenari globali sono sempre più complessi e interconnessi, segnati da cambiamenti geopolitici, nuove fragilità sociali e bisogni che richiedono risposte più integrate, continuative e responsabili.</p>
<p class="isSelectedEnd">In questo contesto, tutti gli attori impegnati nella costruzione del bene comune — organizzazioni della società civile, enti pubblici, imprese sociali e reti territoriali — sono chiamati a rafforzare la propria responsabilità, legittimità ed efficacia, rendendo sempre più evidente il valore generato dal proprio operato nei confronti delle persone e delle comunità.</p>
<p class="isSelectedEnd">La trasparenza, la capacità di rendere conto delle proprie scelte e dei propri risultati, così come la condivisione delle conoscenze e delle esperienze, rappresentano elementi fondamentali per costruire fiducia e partecipazione. Ma questa responsabilità non può riguardare soltanto i risultati: deve riguardare anche il riconoscimento di chi, ogni giorno, rende possibile la cura, l’inclusione e la coesione sociale.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il lavoro sociale, educativo e di cura costituisce infatti un’infrastruttura fondamentale delle nostre società. È un lavoro altamente qualificato, fondato su competenze, relazione e responsabilità, che accompagna le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità e contribuisce a costruire comunità più giuste e resilienti.</p>
<p class="isSelectedEnd">Per questo condividiamo la necessità di un cambio di prospettiva: il lavoro sociale e il lavoro di cura non possono essere considerati un costo da contenere, né un gesto affidato alla sola vocazione individuale. È un investimento collettivo e una responsabilità comune. Valorizzare chi si prende cura significa difendere il benessere di tutti, perché la fragilità non è una condizione che riguarda soltanto alcuni: può attraversare la vita di ciascuno di noi.</p>
<p>Aderire a questo manifesto significa quindi sostenere una nuova cultura del lavoro sociale: più consapevole del suo valore, capace di riconoscere il lavoro delle persone che la rendono possibile e impegnata a costruire sistemi in cui nessuno venga lasciato solo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 class="wp-block-heading">I. Il lavoro di cura difende il benessere di tutti</h3>
<p>Fate sparire per un giorno solo le educatrici e gli educatori, le e gli insegnanti, le e gli assistenti sociali, le operatrici e gli operatori di comunità, le e i badanti, le psicologhe e gli psicologi dei consultori, le e gli oss delle Rsa, le e i cooperanti. Guardate cosa rimane. Rimangono anziani soli che non sanno come alzarsi dal letto. Rimangono ragazzi a rischio senza nessuno che li intercetti. Rimangono classi senza qualcuno che tenga insieme una comunità di bambini e adolescenti che spesso portano in aula il peso del mondo. Rimangono famiglie con una persona con disabilità abbandonate a se stesse. Rimangono donne in difficoltà che non sanno a chi rivolgersi. Rimangono persone in crisi senza nessuno che sappia come starci accanto. E quando questi professionisti non ce la fanno più — quando si dimettono, vanno in burnout, cambiano mestiere — quel vuoto non si riempie in fretta: perché questo lavoro richiede anni per essere imparato davvero, e si impara stando accanto alle persone, non sui libri. Ma c’è un punto ulteriore che non possiamo ignorare: molte delle condizioni che oggi attraversano la società — disabilità, cronicità, fragilità complesse — non chiedono interventi occasionali, ma continuità, integrazione, responsabilità condivisa nel tempo. Senza questa capacità di presa in carico, il sistema non solo si indebolisce: smette di essere affidabile. Il risultato lo pagano i più fragili per primi. Ma lo paga anche chi fragile non si considera ancora. Perché<strong> la vulnerabilità può raggiungere tutti, e prima di quanto pensiamo. Difendere chi si prende cura non è un gesto di generosità verso una categoria. È difendere noi stessi.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 class="wp-block-heading">II. Il lavoro sociale è lavoro qualificato, oltre che vocazionale</h3>
<p>Per molto tempo la cura è stata raccontata solo come vocazione, missione, dono. Dimensioni ispiratrici, che esigono oggi di essere riconosciute per il loro valore strutturato: è venuta l’ora di parlare di lavoro. Lavoro vero, spesso duro, qualificato. Chi accompagna una persona con disabilità costruisce percorsi di autonomia che richiedono anni di formazione e una resistenza emotiva che pochi mestieri esigono. Chi educa un bambino in condizione di fragilità in Italia e in tante altre parti del mondo porta su di sé una responsabilità enorme, compie un’impresa di altissimo valore  e lo fa a nome di tutta la società. <strong>La “passione” si traduce in competenza e la “dedizione” diventa fatica professionale: in quanto tali non possiamo continuare a non valorizzarle, a non tutelarle, a non rispettarle.</strong> Se non lo faremo, continueremo a perderle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 class="wp-block-heading">III. I professionisti del sociale vanno  pagati in modo equo</h3>
<p><strong>Il tema salariale è reale e urgente e va affrontato senza sconti. Ci sono professionisti del sociale che faticano a pagare le spese di prima necessità, come la casa, e a cui sono preclusi progetti di vita come la costruzione di una famiglia. </strong>Serve una remunerazione migliore. Oltre a questo, la crisi del lavoro sociale è strettamente connessa a una crisi di riconoscimento: di stima pubblica, di considerazione civica, di narrazione collettiva. Chi lavora nel sociale si sente invisibile, sottovalutato. Questa percezione non è un capriccio: è il riflesso fedele di come una società intera ha scelto di guardare — o meglio, di non guardare — chi si prende cura di lei. Riconoscere il lavoro sociale significa riconoscere un’infrastruttura essenziale del Paese: quella che tiene insieme servizi, famiglie e comunità, e che rende possibile, ogni giorno, la vita delle persone nelle situazioni di maggiore fragilità e dei loro familiari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 class="wp-block-heading">IV. Il welfare è un investimento redditizio</h3>
<p>Occorre mettere la cura al centro del discorso pubblico. Smettere di trattare il welfare come una voce di costo da comprimere e cominciare a vederlo per quello che è: l’investimento più redditizio che una società possa fare su se stessa. <strong>Ogni euro speso in educazione, assistenza, salute mentale, supporto alle famiglie è un euro che evita dieci euro di emergenza. Ma soprattutto, è un euro che dice a ogni cittadino che non sarà lasciato solo</strong>: l’esperienza di cura è una formidabile pratica di responsabilità e partecipazione democratica. Questo richiede un salto di qualità: superare la frammentazione tra sanitario e sociale, costruire percorsi realmente integrati, garantire continuità della cura lungo tutto l’arco della vita, favorire la libertà di azione dei soggetti sociali affinché si realizzi concretamente il principio di sussidiarietà. Questo è il patto civile che vogliamo valorizzare. Questo è il patto che rischiamo di perdere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 class="wp-block-heading">V. Il lavoro di cura è un lavoro aperto a tutti: uomini e donne</h3>
<p>Il personale maschile nelle scuole dell’infanzia non arriva all’1%. Nelle Rsa, nei consultori, nelle comunità educative, a reggere il welfare sono quasi sempre donne. Questo sbilanciamento deriva da una cultura che ha assegnato alle donne la responsabilità della cura. Ma è anche un’occasione mancata.  Il lavoro di cura e di educazione offre ciò che molti cercano in un mestiere: senso, relazione, impatto reale sulla vita delle persone. Per i giovani uomini che cercano un lavoro con significato, è una frontiera quasi inesplorata e c’è bisogno di loro. In questi mondi la presenza maschile manca e si sente. <strong>Prendersi cura è una delle competenze più richieste, più difficili e più umane che esistano. Vale per le  donne e vale per gli uomini. </strong></p>
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